//09 - 01 - 2016 //
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Resilienza: cambiare prospettiva e vivere, comunque

Come essere resilienti

Sede delle Acli Bresciane, alcuni mesi fa: le nostre facce, grigissime, si guardavano attorno, ricercando l’ispirazione per questo numero. Con le matite creavamo schizzi sui fogli: immagini senza senso, simboli della nostra crisi creativa. “Parliamo della crisi economica” propone Tizio. Replica Caio: “E i valori? La crisi dei valori dove la mettiamo?”. Aggiunge Sempronio: “ E l’aumento dell’Iva?”. Di proposta in proposta, tutti suggerivamo argomenti negativi: le solite, noiose, nubi funeste all’orizzonte.

I giornalisti fanno così

Ci comportavamo come tutti i mezzi di comunicazione. Proponendoci solo cattive notizie, dibattiti di fuoco – nei quali all’avversario politico si lancia sterco invece che argomentazioni -, sangue, violenza, scandali, immagini SHOCK (in maiuscolo, bello grande, sia mai che ci sfuggano) dettano, di fatto, la nostra visione della realtà. Che ormai è diventata pessimista, priva di fiducia, che tende solo a lamentarsi senza cercare soluzioni.

Caro giornalista, abbiamo il diritto di sapere che in Corso Como hanno sparato a un ragazzo, ma per favore potresti evitare quella musichetta angosciante, quelle inquadrature dal basso, l’espressione “efferato omicidio” e, soprattutto, “rumeno uccide…”? Ché a noi non interessa la nazionalità dell’assassino e ci viene il dubbio che tu la scriva solo per inculcarci la paura del diverso. I linguisti la definirebbero locuzione stereotipata. A noi fa semplicemente un po’ schifo.

In Cile fecero cosà

Grazie a pressioni internazionali, nel 1988, in Cile ci fu un referendum per decidere se prolungare o meno la dittatura. Il fronte del no a Pinochet scelse come slogan L’allegria sta arrivando, corredato da immagini felici e colorate, piene di fiducia nel futuro. Guarda il video su YouTube: un sorriso lo strapperà anche a te, nonostante i maglioncioni anni ’80.

Fu molto criticato perché non mostrava le violenze perpetrate dal regime e trasformava il diritto alla libertà in uno spot tv. Noi desideriamo tanto – scritto così, un po’ da bambini, con gli occhioni languidi – che l’allegria arrivi. Però non vogliamo, ché siamo adulti, che ci venga nascosta la verità.

Perché il punto, ovviamente, non è censurare le cattive notizie, ma trovare altre modalità per raccontarle. Il problema è estetico, non solo etico. Il problema è che criticare senza costruire non serve a nulla.E così ci siamo detti: “Proviamo a smontare questa logica? Lo scriviamo un numero che contenga solo buone notizie?”. Un po’ come fa la Gabanelli alla fine di Report.

Noi facciamo colà

E allora eccoci qua. Il Battaglie sociali che stai leggendo è il frutto di un esperimento editoriale: proporvi solo storie positive. È un test per capire se scrivendo di sorrisi, sia possibile che questa tenera “malformazione” della bocca diventi contagiosa e faccia sorridere anche te. Ti starai chiedendo: “Tutto crolla, e ‘sti pazzi canticchiano, fischiettano di quanto il sole splenda e di come la vita sia meraviglia?”. Tranquillo, non siamo così ingenui. Non indossiamo lenti rosa. Le “buone novelle” che troverai saranno filtrate con un’altra lente, molto particolare, quella della resilienza.

La resilienza, questa sconosciuta

Che strana parola, vero? Con quella erre che ruota, la esse che striscia, la elle che ti fa volare in alto e la zeta che ti fa atterrare di colpo. È ben diversa dall’ottimismo. È la parola giusta per questi tempi moderni, dove nessuno crede più al “vissero tutti felici e contenti”. Resilienza proviene da verbo latino resilire (saltare indietro, rimbalzare) e indica, in metallurgia, la capacità di un materiale di resistere agli urti improvvisi senza spezzarsi. Se applicata alla psicologia diventa l’abilità personale di affrontare le avversità della vita, di uscirne rinforzati e, addirittura, trasformati positivamente.

Nonostante suoni così simile a resistenza, la resilienza è completamente diversa. Resistere non implica un movimento; è star fermi, immobili e passivi, reggendo in mano uno scudo: è solo un difendersi senza agire. La resilienza, all’opposto, comporta un’azione, un procedere e un cambiare per adattarsi, in meglio, a una situazione. I nostri nonni l’avrebbero definita forza d’animo; cosa che, effettivamente, la psicologa Anna Oliverio Ferraris ha fatto, scrivendoci addirittura un libro: La forza d’animo. Cos’è e come possiamo insegnarla ai nostri figli.

Si sa, noi esseri umani abbiamo bisogno di creare parole nuove – o prenderle in prestito da altri situazioni – per dare un senso diverso alle esperienze, o rilievo a fatti sociali: pensiamo al mobbing o al femminicidio, fenomeni che esistono da sempre ma di cui la comunicazione ha iniziato a occuparsene solo da quando gli è stato attributo un nome.

Non è un caso che di questi tempi, con la crisi che incombe sull’Occidente, la resilienza stia avendo una seconda vita come parola-contenitore al cui interno si trovano storie di chi, con creatività e coraggio, ha trovato un modo diverso, e migliore, per vivere la recessione. Ma come si fa a nuotare in mare aperto quando tutto rema contro?

La consapevolezza del conflitto

Prima di nuotare, forse, è necessario conoscere il mare nel quale si è costretto a sguazzare. Una persona resiliente è, infatti, consapevole del mondo in cui vive. Si guarda intorno, annusa e sonda la realtà, non ne rifugge. Non fa mai la vittima, non la sentirete mai dire “sono tutti cattivi tranne me” perché si rende conto che, a volte, è pure lei carnefice. A volte è lei la causa principale dei suoi mali.

Il resiliente guarda l’orrore, come direbbe Conrad in Cuore di tenebra, dritto negli occhi, ne ha paura certo,ma è lì, pronto a sfidarlo. È anche un po’ sprovveduto: chi glielo fa fare di sfidare il mondo quando potrebbe benissimo stare a casa, a lamentarsi, sotto le coperte con la tv accesa? Ma, invece, esce di casa. Se subisce un colpo, cade a terra, si cura le ferite, si rialza, e continua la sua strada.
Il resiliente non è ottimista. È realista e anche un po’ ingegnere. Analizzando la situazione che lo circonda, trae le dovute considerazioni e agisce di conseguenza. Il resiliente mica è un eroe. Resilienti, in fondo, lo siamo un po’ tutti.

Tutto dipende da come ci raccontiamo

La resilienza non è altro che un modo diverso di raccontare la vita. E qui il cerchio si chiude e torniamo al punto da cui siamo partiti: la comunicazione e il modo in cui vengono raccontati i fatti. Ma soprattutto, il modo in cui noi raccontiamo noi stessi. L’arte del raccontare/raccontarsi, a voler usare un parolone da esperti, si chiama storytelling.

Noi che mangiamo pane e salame, ci possiamo accontentare di questo link: Villa Arzilla, nel quale Marina dice di sé:

dal 2002 vivo grazie ad un respiratore che uso 24 ore su 24. Io non mi muovo, non parlo ma, grazie al mio pc, COMUNICO! Scrivo libri, articoli, mi occupo di sociale, di politica, di musica e di molto altro. Insomma, IO VIVO!!

Marina è una donna che ha usato il cervello e la fantasia per affrontare la sua crisi personale. Chiama casa sua Villa Arzilla e visto che vive sempre a letto circondata da cuscini si è definita “la principessa sul pisello”.
Non è un buon modo, anzi un modo resiliente, di immaginare se stessi?

La sofferenza, i tracolli finanziari, il dolore di quando siamo traditi, che ci strappa il cuore e ce lo serve su un piatto, non potranno mai toglierci una cosa: la capacità tutta umana di inventare storie e ingegnarci per trovare soluzioni ai problemi. Per vedere il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto. Per essere consapevoli che l’allegria sta arrivando solo se le permettiamo di arrivare.


Pubblicato a pag 6 di Battaglie Sociali, la rivista delle Acli Bresciane.