//28 - 09 - 2016 //
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La Fine di Faro (e del perché sono in fissa con Livia Turco)

Sedia di fronte all'oceano

Quest’anno a Faro per me non è stato facile. Ma quest’anno non è stato facile per nessuno. Quanti attentati ci sono stati solo in Europa? Tre? Cinque? Di più? Io non li conto più.
Quante volte abbiamo pianto stringendoci il cuscino al petto?
Cosa è successo da ottobre ad aprile? Dove eravamo? Cosa pensavamo?

Io non me lo ricordo.
Non mi ricordo perché mi sentivo male ogni giorno. Perché non riuscivo a fare, a sorridere.

Come se ogni gioia,
come se il domani non esistesse più.

Perché era come se fallissi sempre.
Un anno fa ero partito pieno di speranza e buoni propositi: imparare il portoghese, farmi tanti amici, lavorare in APF, scrivere con regolarità la newsletter e usare i social per farmi conoscere e promuovere la mia attività di freelance. In quasi tutte queste cose io ho fallito.

Perché quando non senti l’ossigeno, non te ne frega niente di impostare un cazzo di calendario editoriale, non te ne frega di scrivere. Ero arrivato al punto di chiedermi perché dovrei postare su Facebook ‘sta cosa qua, se non ho nessuno in casa col quale parlare di ‘sta cosa qua?. Mi sarei fatto pena da solo.

Perché farsi degli amici non è facile. O almeno non lo è per me.

Ma non ci dovremmo vergognare della solitudine:
ci dovremmo vergognare quando chiudiamo la porta a chi ci chiede ospitalità.

Che ricordi ci resteranno di Faro? Quanti bei momenti abbiamo vissuto? Quanta fatica abbiamo fatto? Quante volte ci siamo sentiti fuori posto, a disagio, con gente con la quale ci pare insensato vivere la vita, che vive in bolle colorate, e profumi, e trucchi, e musica da discoteca e tu vuoi solo fuggire alla ricerca di magiche terrazze.

Che fatica, la vita. Però so con certezza quello che ho imparato a Faro: anche quando noi ci sentiamo morire, il nostro cervello trova sempre le risorse per farci sopravvivere. E la mia mente ha scelto Livia Turco per salvarmi.

Perché Livia, questa piccola grande donna che neppure sa che io condivido le sue foto, è diventata un simbolo di una lotta tutta intestina tra il me stesso che sprofondava e quell’altro me che Domani è un altro giorno e si vedrà.

Non so quanto sia iniziata, so solo che un giorno la nostra Livia ha smesso di essere per me la politica degli anni ’90 ed è diventata una metafora di libertà.
Livia e Marco

Quanti meme vediamo ogni giorno? Tina Cipollari, Alberto Angela, i mai una gioia e i disagio.
Tutti creati da altri e noi li condividiamo per sentirci parte di qualcosa, per non sentirci soli. Copiamo lo stile altrui perché vorremo essere membri del gruppo giusto e Livia solo sa quanto io c’abbia provato – per un anno c’ho provato – a essere quello figo, a essere quello che va alla feste, a essere quello che non sono. A essere quello trasgressivo, a essere quello che facciamo la rivoluzione.
E com’è finita? È finita che ho fallito. Un’altra volta.

Perché Livia è come noi:
non fa parte di niente.

Penso che il mio subconscio abbia scelto Livia Turco proprio perché è la cosa più lontana che ci sia dalla nostra società mediatica. Livia non è trendy, non veste mica la moda, Livia fa parte della KASTA, Livia urla, Livia piange in televisione. E cosa c’è di più trasgressivo che ossessionarsi di una sessantenne di cui non parla quasi più nessuno?

Livia Turco per me significa accoglienza. Ma quella vera, quella che non segue le regole ma solo il rispetto di essere se stessi di fronte a tutti. L’accoglienza di invitarti a cena, mangiare sul terrazzo, con le merde di cane che sono la prima cosa vera che vedi dopo mesi.

Livia Turco per me significa vivere in un angolo.
Perché nel nostro angolino noi ci viviamo bene. Siamo venuti a vivere nel culo dell’Europa, in questa Faro dove non c’è niente, perché desideravamo uscire dalla nostra comfort zone, ma ci siamo resi conto che là dentro – nella nostra comfort zone – noi ci stiamo benissimo, che è bellissima e c’è tanto di quello spazio che ci sta il mondo intero: ci stanno tanti amici, tante lingue, tanti cuori, tante chiacchiere notturne quando si prova a capirlo il mondo prima di cambiarlo. Nella nostra comfort zone ci sta tutto, solo che ci sta al ritmo della nostra libertà.

Livia Turco per me è sapere chi si è, e quando sai chi sei, quando ti senti forte dei tuoi valori, ti puoi confrontare con tutti. Capisci che c’è posto per tutti. E nessuno ti fa più paura. L’Islam non è più una minaccia. I negri non sono più negri ma solo persone.

Ma Livia Turco per me non è buona. Livia Turco è odio. L’odio quello sano, quello che non finge che vada tutto bene solo per guadagnare qualche misera moneta falsa.

Livia Turco per me significa autoironia. Condividendo le sue foto, noi non abbiamo riso di lei, ma insieme a lei. Perché prima di prendere per il culo gli altri, noi prendiamo per il culo noi stessi,
consapevoli di quello che siamo e di quanto valiamo.

Livia Turco per me è amicizia, di quelle che non pretendono tu sia migliore di quello che sei.

Perché dove c’è Livia,
c’è casa.

Livia Turco per me è solitudine. La solitudine quella bella, quella che non hai bisogno degli altri per sapere che le persone a cui vuoi bene sono con te ovunque andrai. La solitudine di bastarsi, di non aver paura di prendere il treno, andare in quella spiaggia laggiù in fondo e guardare l’oceano.

Perché Livia era con me quando distribuivo preservativi per le periferie portoghesi. Era con me mentre camminavo per l’Ilha dos Hangares che nessuno conosce, perché tutti si fermano al primo posto che trovano.

Perché tutti si perdono il piacere di perdersi nella sabbia
per poi ritrovarsi tra quattro case che cadono a pezzi.

Livia turco era con me quando mandavo a fanculo il mondo, quando ero in ufficio da solo a creare la grafica dei biglietti da visita e piangevo, quando andavo a prendere i pomodori e piangevo, quando sul balcone aspettavo l’amore, lui arrivava e io sorridevo.

Perché per me Livia Turco è amore.
Ma mica quello dei film. Mica quello che ci raccontano o ci raccontiamo. Ma quello che non è bello da vedere. Che è fatto della fiatella mattutina che puzza un po’ ma senza quella puzza lì, te quando poi non c’è, ti senti un po’ morire.

Livia Turco per me è libertà.
Perché è la parola più bella, quella di cui abbiamo bisogno, quella che stiamo bene solo se troviamo qualcun’altro che condivide con noi la stessa idea di libertà.

Livia Turco per me siamo noi, che siamo degli sfigati, che non arriviamo mai in cima. Perché come diceva il poeta portoghese Fernando Pessoa:

Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.

Perché non è vero che Livia Turco non fa parte di niente. Fa parte di quelli che non hanno categorie. Che le hanno cercate per tutta la vita e ancora non le trovano. E siamo in tantissimi. Anche se non ci vedete. Anche se per voi siamo invisibili. Siamo in milioni.

Milioni di Livie Turche che camminano per le strade del mondo. Così normali da non fare scalpore, che sono così straordinariamente reali che le parole non bastano. Basta una bici e via, corriamo insieme.

Milioni di Livie Turche che la rivoluzione la fanno ogni giorno ma non la raccontano. Vivono nell’ombra e nell’ombra agiscono, accolgono, ti ospitano in casa.

Milioni di Livie Turche che falliscono tutti i giorni, che in discoteca non riescono a limonare, che quando si stufano vanno a casa a dormire, che quando vivono non simulano.

Milioni di Livie Turche che quando domanderanno loro Ma allora tu hai ancora voglia di vivere? loro risponderanno con orgoglio .

Milioni di Livie Turche che siamo noi che andiamo a comandare, con le ciabatte nel locale, partendo dalle calde, ventose, solitarie, fottutamente belle spiagge di Faro.

Fine.
(ma è solo l’inizio)

Ciabatte in Spiaggia