//09 - 10 - 2015 //
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Cronache da Faro ep. I

Abbiamo visto il cielo piangerci addosso
perciò balliamo ora che il sole è il nostro

Baby K, Roma – Bangkok, ft. Giusy Ferreri

Ore 9 e 15. Primo ottobre. Anno del Signore 2015. Sono a Orio al Serio. L'aeroporto, non il centro commerciale.

Vado a vivere a Faro.
Non l'edificio che cresce – grosso e tronfio – sul mare. Ma la città che si trova nell'estremo sud del Portogallo. E detto così, ad alta voce, sembra proprio sia vero, sembra stia succedendo per davvero che tra poche ore abiterò dall'altra parte dell'Europa.

Vero come la coda all'imbarco.
Tangibile come il vento che ti tira i capelli mentre sali – scalino dopo scalino – e sei già seduto sull'aereo. Concreto come questa signora sul sedile di fianco al mio, che molla peti pensando io non me ne accorga.

Naturale come la nostalgia,
l'unica emozione che ora si fa notare: frizzante scarpetta rossa che spruzza glitter, mentre Dorothy spalanca gli occhi e si stupisce del nuovo mondo che ha di fronte.

Come se tutte le vostre vite – dall'inizio alla fine – fossero la storia di Pinocchio: un lungo viaggio non per crescere come esseri umani, ma per diventare esseri umani.

Per capire che pure noi abbiamo un cuore. Anche se non sembra. Anche se abbiamo scelto di nasconderlo, di tenerlo un po' in sospeso, tra bestemmie e sostanze tossiche celate dentro boccette sulle quali c'è scritto “annusami”.

Il comandante mette in moto l'aereo. Belle le chiavi d'argento sul portachiavi di Paperino. Decolliamo. La Padania si allontana.

Vado a vivere in terra lusitana: i romani, secoli fa, chiamavano così il Portogallo. Vado in Portogallo e come sempre le ragioni non le spiego, i perché li tengo per dopo. Ora conta solo il ricordo:

Vado a vivere sull'oceano. Vado e non so se torno.
Il volo procede tranquillo. La signora continua a mollare peti. Guardo il panorama dal finestrino. Un po' tremo. La nebbia padana che non fa vedere il mondo mi fa vedere la realtà. Apro il occhi.

Capisco che se uno vuole volare, un aereo è l'ultima cosa che gli serve. Slaccio la cintura, chiedo alla signora di lasciarmi passare. Apro lo sportellone dell'aereo. Le nuvole bianche davanti a me. Le hostess vestite giallo acido dietro me. Mi lancio nel vuoto.

Perché la morte, da queste parti, è sempre stata la cosa che ci ha fatto meno paura.

E voi siete pronti?
Perché io non lo sono mai stato.
Ma dalla prossima volta facciamo sul serio. Ogni 2 settimane invierò avventure pop-porno, racconti surreali e un po' di cazzi miei direttamente da Faro, una città sulla chiappa destra della vecchia Europa.

3 cose che forse non sai sul Portogallo

  1. In portoghese morar significa abitare/vivere/risiedere.
    Eu moro em Faro (io abito a Faro) è così simile all'italiano io muoio a Faro. E' un caso? Io non credo;
     
  2. Il Portogallo è stato sotto dittatura per più di quarant'anni.
    Un bel romanzo al riguardo è Sostiene Pereira, di Tabucchi. Prendendo spunto da questo libro, una persona che conosco ha scritto una tesi sulla censura in Portogallo negli anni Trenta;
     
  3. Il loro poeta più figo è Fernando Pessoa, uno che scriveva poesie fingendosi un'altra persona. Anzi, altre persone. Persone che non sono mai esistite: se le era inventate lui.
    Esempio: quando scriveva come Ricardo Reis usa un tipo di metrica, esprimeva un certo tipo di emozioni; quando, invece, scriveva come Alberto Caiero utilizza uno stile totalmente differente da quello di Reis, aveva tutt'altro tipo di idee.
    Queste personalità inventate, chiamate eteronimi, dialogava tra loro attraverso scambi epistolari.
    Schizzofrenico? Forse. Ma prova a leggere La tabaccheria, scritta da Álvaro de Campos (una delle identità create da Pessoa). E' una poesia che inizia queste parole Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo. E le righe successive sono ancora meglio.

Questo era il primo episodio della Cronache da Faro.
Se ti va, puoi riceverle via mail in anteprima.

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